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Il fallimento di Ubuntu.

Il fallimento di Ubuntu, vediamo nel dettaglio.


Un mese fa la tentazione di scrivere un commento a caldo è stata grande, la notizia era davvero di quelle “bomba”: non solo l’abbandono di tutti i piani sulla piattaforma mobile/convergente per Ubuntu, ma un ridimensionamento importante anche per quanto riguarda la presenza sul desktop, con l’abbandono della distintiva (e divisiva) interfaccia Unity, seguita, una settimana più tardi, dall’annuncio del ritorno al ruolo di CEO del fondatore e “leader carismatico” Mark Shuttleworth al posto di Jane Silber, che aveva iniziato il mandato proprio nell’anno (2010) del debutto dell’iconico desktop Unity.

Ho preferito quindi aspettare e seguire le reazioni della comunità, della stampa e degli influencer per ricavarne a freddo un pensiero più ampio. Tra i vari commenti, quello che mi è rimasto più impresso è stato un laconico “7 anni di sviluppo andati sprecati”, che nella sua banalità rappresenta pienamente il pensiero di quella parte di comunità che ha sempre mal tollerato le visioni fin troppo rivoluzionarie di quest’azienda, gli stessi che da sempre auspicano “l’anno di Linux sul desktop” senza mai chiedersi in maniera critica e puntuale come mai questo non sia mai avvenuto e probabilmente mai avverrà.

Ma davvero possiamo derubricare a “spreco” il fallimento di un progetto? È davvero zero il valore di ciò che si è tentato di fare? Perché demonizzare l’errore piuttosto che ritenerlo il passo necessario per un cammino verso il successo?

Una delle qualità del progetto Ubuntu che ho sempre ammirato è l’iniziativa, la capacità di creare qualcosa di nuovo, magari innovativo, prima degli altri, rompendo l’odioso paradigma dell’alternativa proprio della comunità “tradizionale” del Software Libero, per cui si inseguono sempre (al ribasso) i più noti prodotti commerciali, tentando di raccattare qualche utente scontento o poco facoltoso, una strategia che non ha mai pagato e che ha relegato per anni il desktop Linux a quote di mercato invisibili ai radar.

Ubuntu, col suo motto “Linux for human beings”, è nato proprio rompendo quella coltre “snob/radical chic” che ha sempre isolato il Software Libero dal mondo reale, una sorta di selezione “nerd” all’ingresso per vedere quanto sei disponibile a rendere inutilmente macchinose le operazioni quotidiane più semplici (una sorta di soglia del dolore) pur di sentirti duro, puro e parte di un’élite. E quindi “sacrilegio!”, ascoltare un mp3, vedersi un film in DVD o uno streaming flash su un desktop Linux era diventato alla portata di tutti, persino semplice e banale.

Ma si è andati ben oltre, iniziando a lavorare sull’esperienza utente (UX) anziché limitarsi all’interfaccia grafica (UI), ed è qui che il limite dei prodotti Free Software “preconfezionati” si è fatto sentire, non essendo progettati con un’unica visione coerente, dunque si è sentita l’esigenza di costruire man mano un prodotto personalizzato, soddisfacente e in grado di affermare un brand.

Canonical nello sviluppare Ubuntu ha sempre ragionato in ottica di mercato, facendo senza sosta ricerca e sviluppo, come ogni bravo imprenditore. Negli anni della democratizzazione di internet e della connessione sempre più in mobilità, abbiamo assistito a diversi progetti sempre al passo coi tempi: Ubuntu for MIDs (Mobile Internet Devices, progetto rimasto poco più che sperimentale vista la durata limitata di questi device sul mercato), Ubuntu Moblin Remix (progetto basato sulla piattaforma mobile di Intel, quando si pensava che i processori x86 potessero dire la loro in mobilità), Ubuntu Netbook Remix (progetto che ha fatto davvero la fortuna di Ubuntu, in un momento in cui questi device hanno aperto a tutti gli effetti l’era della connessione, vera e soddisfacente, in mobilità), Ubuntu Software Center (un app store in chiave desktop che ha introdotto la vendita anche di applicazioni proprietarie e a pagamento, nonché di libri e riviste), Ubuntu One (il servizio cloud storage associato ad un music store, disponibile anche con un client Windows), Ubuntu for ARM (la versione di Ubuntu per processori mobili e a basso consumo ARM), fino ad arrivare al 2012-2013, gli anni d’oro per tablet e smartphone e del boom delle app.

Non resta che attendere e vedere il risultato con il tempo.

Ubuntu Gnome

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